Il presidente Donald Trump ha cercato di attribuire la responsabilità della decisione che ha portato al lancio dell'Operazione Epic Fury al segretario della Difesa Pete Hegseth. Lo ha fatto parlando a un tavolo di lavoro con dirigenti militari e delle forze dell'ordine a Memphis, Tennessee.
Chi ha spinto per l'attacco
Trump ha raccontato di avere chiamato Hegseth, il generale Dan Caine e altri funzionari dicendo che c'era un problema in Medio Oriente: l'Iran, che secondo lui da 47 anni è fonte di terrorismo e stava per ottenere un'arma nucleare. Ha detto che si poteva continuare ad aumentare le truppe o intervenire per risolvere il problema con un'azione rapida.
Secondo il presidente, Hegseth sarebbe stato il "primo a parlare" a favore dell'intervento perché non si poteva permettere che l'Iran disponesse di un ordigno nucleare. Trump ha aggiunto che le discussioni importanti erano iniziate da poco, tra la notte precedente e i giorni immediatamente prima dell'operazione del 28 febbraio.
Teheran nega i colloqui e risponde con attacchi
Il governo iraniano ha smentito di aver tenuto negoziati con l'amministrazione americana, definendo le notizie su colloqui e cessate il fuoco "fake news". Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, ha detto che non ci sono state negoziazioni e che queste informazioni vengono usate per manipolare i mercati e sfuggire alla difficile posizione in cui si trovano gli Stati Uniti e Israele.
Trump ha risposto con un commento sulla pubblicità: ha detto che l'Iran dovrebbe avere persone migliori per i rapporti pubblici e ha affermato che i colloqui erano stati "molto forti", citando anche Steve Witkoff e Jared Kushner come partecipanti.
In serata, l'Iran ha lanciato una nuova ondata di missili contro obiettivi legati agli alleati americani e israeliani nel Golfo. I lanci hanno attivato le sirene d'allarme a Tel Aviv e in altre aree, aggravando la situazione e ponendo una sfida alla posizione del presidente.
Motivazioni e conseguenze
- L'amministrazione ha dato diverse giustificazioni per l'ingresso nel conflitto, tra cui il presunto ritorno di tentativi iraniani di costruire una bomba nucleare e una minaccia imminente per gli Stati Uniti.
- Questo nonostante l'Operazione Midnight Hammer dell'estate precedente, che secondo Trump avrebbe ridotto significativamente le capacità iraniane.
- Le forze alleate sono riuscite, il primo giorno dell'operazione, a uccidere l'Ayatollah Ali Khamenei, ponendo fine al suo governo di 47 anni come leader supremo.
- I combattimenti hanno innescato attacchi di ritorsione nella regione, hanno causato la morte di 13 membri delle forze statunitensi e hanno fatto salire i prezzi del carburante, anche per il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Allarmi non ascoltati e volti pubblici
Trump ha detto di non aver potuto prevedere la portata della risposta iraniana, ma agenzie internazionali avevano riportato che al presidente erano giunti avvertimenti che una reazione di questo tipo sarebbe stata possibile.
Nel frattempo, Pete Hegseth è diventato il volto pubblico dell'operazione. Dalla sala stampa del Pentagono ha adottato toni aggressivi, ha parlato della "letalità" delle forze statunitensi e ha rimproverato i giornalisti per una copertura che reputa troppo negativa rispetto alla distruzione sul terreno.
La situazione resta fluida e rischiosa. Le dichiarazioni pubbliche, le smentite e le azioni militari continuano a sovrapporsi, mentre la diplomazia e la comunicazione ufficiale faticano a tenere il passo con gli eventi.