Breve riassunto per chi ha fretta
Donald Trump ha lanciato quella che ha chiamato Operation Epic Fury contro l'Iran con motivazioni sconnesse e risultati ancora più confusi. Ha dichiarato l'azione "very complete, pretty much" ma i fatti dicono che Teheran è stata scossa ma non rovesciata.
Cosa è successo davvero (spoiler: non era un piano chiaro)
Ci sono state raffiche di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele che hanno ucciso e distrutto, e uno dei bersagli era il supremo leader Ali Khamenei. Secondo il racconto ufficiale Khamenei è stato sostituito da suo figlio, una scelta che il presidente Usa ha giudicato "inaccettabile".
Obiettivo iniziale: regime change. Realtà sul campo: cambiare piani è molto più semplice che cambiare regimi. Ciò che partiva come una campagna prolungata per smantellare decenni di rivoluzione islamica si è trasformato in una sorta di escursione a breve termine per neutralizzare le capacità militari iraniane.
La sorpresa che non lo è
- L'Iran non è il Venezuela. Non basta che entrambi esportino energia e abbiano rapporti tesi con Washington per pensare che lo stesso metodo funzioni senza problemi.
- La Repubblica islamica ha risorse ideologiche e istituzionali che la rendono resistente e può inoltre spaventare i mercati minacciando il commercio nel Golfo.
- Il risultato: petrolio su, borse giù, catene di approvvigionamento sballate, inflazione che non ringrazia e crescita strozzata.
Questi lampi rossi sul cruscotto finanziario sembrano essere stati il vero motivo per cui la Casa Bianca ha iniziato a parlare di chiudere in fretta l'operazione. Il compromesso implicito: dimentichiamo la libertà, purché lo stretto di Hormuz resti navigabile.
Il solito schema Trump
Minacce massimali, poi ritrattazioni parziali. Era successo con i dazi, con le proposte di annessione di territori fantasiosi e ora con la guerra. C'è anche una sigla informale che gira: Taco - Trump always chickens out. Suona come barzelletta, ma spesso significa che le idee estreme si riducono sul campo a qualche misura meno dannosa solo nella forma, non sempre nella sostanza.
Chi ci guadagna? Sorpresa: Putin
Il vincitore non combattente più evidente è Vladimir Putin. Prezzi energetici più alti danno un po' d'ossigeno alle casse russe. Per tenere i mercati lubrificati, Washington ha anche sospeso sanzioni su alcune importazioni russe da parte dell'India. Nel frattempo, una pioggia di missili iraniani verso gli alleati Usa nella regione consuma riserve di sistemi difensivi che anche l'Ucraina vorrebbe avere.
Detto questo, non tutto è perfetto per il Cremlino: droni iraniani che formano parte dell'arsenale russo potrebbero restare in casa se servono più urgentemente vicino a Teheran. Per Putin è umiliante restare a guardare un vecchio alleato subire attacchi prolungati.
Soprattutto, questo episodio rafforza una dottrina pericolosa: i grandi paesi possono fare quel che vogliono con quelli verso cui nutrono rancore. Per la Russia è un bel precedente.
Una nota di etica e realpolitik
Le differenze tra i casi sono importanti. L'Ucraina è una democrazia invasa da un vicino autoritario; l'Iran è un regime che reprime i propri cittadini e sostiene gruppi violenti all'estero. Queste distinzioni contano quando si risponde alle ambiguità morali proposte da chi vuole equiparare tutto per comodità geopolitica.
Ma anche riconoscere la malvagità di un regime non giustifica automaticamente una guerra lanciata ora senza mandato legale convincente o senza prove chiare di una minaccia imminente.
Cosa fanno gli altri paesi?
Il Regno Unito ha reagito diviso. Il leader laburista ha detto no a partecipare a raid offensivi. Alcuni politici conservatori invece spingono per seguire a occhi chiusi la Casa Bianca; altri hanno aggiustato il messaggio quando l'opinione pubblica ha cominciato a storcere il naso.
Il problema centrale: conflitto tra ego e interesse nazionale
La dottrina Trump sembra fondarsi sull'equazione: il prestigio del presidente equivale alla sicurezza dello Stato. Questa logica ignora che la forza vera viene da istituzioni, leggi, alleanze e da una storia comune di rispetto delle regole. L'idea centrale del progetto MAGA è esattamente il contrario: prima si gratifica l'ego, poi si spera che il resto vada avanti da solo.
Risultato pratico: indebolimento delle fondamenta su cui si regge la credibilità americana e danni agli alleati. Definire l'interesse nazionale britannico come leccare le scarpe all'amministrazione di turno a Washington è, almeno, discutibile. Anzi, sarebbe più utile per il mondo se gli Stati Uniti pensassero a un cambiamento di regime a Washington.
Conclusione svogliata ma sincera
In breve: spettacolo militare + ego presidenziale = danni reali. L'economia lo sente subito, gli alleati si allontanano, i rivali ringraziano. E quando la sceneggiata finisce, rimane il conto da pagare. Spoiler finale: nessuno di noi voleva quel conto.