Una vecchia tesi, rispolverata con cura

L’ultima offensiva di Donald Trump per riscrivere in pratica la Costituzione e stabilire chi può essere considerato americano si appoggia, secondo i critici, su argomenti giuridici vecchi di più di un secolo, elaborati da suprematisti bianchi, da un ex ufficiale confederato e da una causa che negava la cittadinanza ai nativi americani. Un bel repertorio, insomma.

La Corte Suprema ascolterà le argomentazioni orali il 1° aprile sull’ordine esecutivo con cui il presidente prova a negare la cittadinanza ai bambini nati negli Stati Uniti da alcuni immigrati. Si tratta di un tentativo molto ampio di ribaltare un principio giuridico consolidato da tempo: nella maggior parte dei casi, chi nasce nel Paese è cittadino americano.

I precedenti invocati dall’amministrazione

Nei documenti depositati alla Corte, gli avvocati dell’amministrazione Trump citano diversi studiosi dell’Ottocento che si opposero allo ius soli. Quel movimento era alimentato dal razzismo anti-neri e anti-cinesi del periodo successivo alla Reconstruction, oltre che da una crescente ostilità verso l’immigrazione.

Tra i nomi richiamati c’è Alexander Porter Morse, ex ufficiale confederato. Le sue argomentazioni finirono per contribuire alla dottrina del “separati ma uguali” della sentenza del 1896, quella che legittimò le leggi Jim Crow. In un documento alla Corte Suprema, l’amministrazione cita Morse per sostenere che i figli di “stranieri presenti temporaneamente negli Stati Uniti” non debbano essere considerati cittadini americani.

In un altro passaggio, il governo richiama Francis Wharton, un avvocato che scrisse che concedere la cittadinanza a immigrati cinesi ritenuti non abbastanza “civilizzati” avrebbe portato nel Paese la “barbarie straniera”. Un’espressione elegante, per un’idea piuttosto brutale.

Cosa dice il 14° Emendamento

Il 14° Emendamento afferma in modo piuttosto chiaro che “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”. Per oltre 100 anni, la Corte Suprema ha interpretato questa formula come applicabile a tutti i bambini nati sul territorio statunitense.

Alla fine dell’Ottocento, Wharton e altri giuristi cercarono di sostenere che l’espressione “soggette alla loro giurisdizione” escludesse i figli degli immigrati cinesi.

L’avvocato George D. Collins descrisse gli immigrati cinesi come “completamente inadatti” e “del tutto incapaci” di ricevere la cittadinanza. In una lettera inviata alla Corte Suprema nel 1898 insieme all’allora solicitor general Holmes Conrad, Collins si spinse oltre:

“I bambini cinesi nati in questo Paese devono condividere con i discendenti dei patrioti della Rivoluzione americana l’elevato requisito di essere eleggibili alla Presidenza della nazione?”

E aggiunse, insieme a Conrad:

“Se sì, allora davvero si è compiuto un allontanamento profondamente degenerato dagli ideali patriottici dei nostri padri; e certamente, in quel caso, la cittadinanza americana non vale più nulla.”

La Corte non si lasciò impressionare.

La sentenza che ha fissato le regole

Con United States v. Wong Kim Ark, una decisione storica, i giudici stabilirono che il 14° Emendamento garantisce la cittadinanza a quasi tutte le persone nate nel Paese.

Nel caso, la Corte riconobbe come cittadino americano un uomo nato a San Francisco da genitori cinesi, di fatto sancendo lo ius soli come legge del Paese, con eccezioni limitate ai figli dei diplomatici e delle forze d’invasione. Un dettaglio che, evidentemente, è rimasto scomodo per chi oggi vorrebbe restringere tutto con un ordine esecutivo.

Le accuse dei critici

Secondo l’avvocato Justin Sadowsky, del Chinese American Legal Defense Alliance, la difesa legale dell’amministrazione Trump è “costruita su fondamenta razziste”. La sua organizzazione sostiene che il governo abbia richiamato almeno 19 volte argomenti di Collins e di altri giuristi già respinti nel caso Wong Kim Ark.

Anche Cody Wofsy, vicedirettore dell’Immigrants’ Rights Project dell’ACLU e avvocato principale nel caso, ha definito quelle tesi “interamente riciclate” da cause bocciate più di 100 anni fa.

Per Wofsy, il ricorso a studiosi un tempo marginali di area ultraconservatrice fa parte di un tentativo più ampio di “rimodellare la demografia di questo Paese e ridefinire che cosa significhi essere americani”.

La posizione della Casa Bianca

L’amministrazione ribatte che quei giuristi sono stati citati più volte dalla Corte e che le loro opinioni erano condivise anche da altri pensatori importanti, i quali però non sarebbero stati razzisti. Una distinzione sottile, come spesso accade quando si prova a far passare un vecchio schema discriminatorio per una raffinata interpretazione costituzionale.

La portavoce della Casa Bianca, Abigail Jackson, ha detto in una dichiarazione al Washington Post che la Corte Suprema ha l’occasione di riesaminare la Citizenship Clause del 14° Emendamento e “ripristinare il significato originale e pubblico della cittadinanza negli Stati Uniti”. Ha aggiunto che il caso avrà “enormi conseguenze per la sicurezza di tutti gli americani”.

Cosa prevede l’ordine esecutivo

L’ordine firmato da Trump nel suo primo giorno di ritorno alla Casa Bianca negherebbe la cittadinanza ai neonati se la madre era “presente illegalmente” oppure aveva uno status “legale ma temporaneo”, e se il padre “non era cittadino degli Stati Uniti o residente permanente legale al momento della nascita”.

I critici avvertono che permettere al presidente di riscrivere di fatto una componente centrale del 14° Emendamento creerebbe un sistema frammentato di diritti costituzionali e benefici legati alla cittadinanza, compreso il diritto di voto.

Secondo i ricorrenti, l’ordine esecutivo priverebbe ogni anno della cittadinanza decine di migliaia di neonati, aprendo la strada a famiglie apolidi con status misti e diritti costituzionali disuguali.

Wofsy ha spiegato così il funzionamento attuale:

“Adesso avere un bambino negli Stati Uniti è semplice. L’ospedale compila un modulo e nel giro di pochi giorni il neonato ha un numero di Social Security e un certificato di nascita che riconosce la sua cittadinanza”.

E ha aggiunto:

“Il sistema funziona perché è semplice e universale. Questo ordine esecutivo lo distruggerebbe e creerebbe caos per tutti noi”.

La preoccupazione delle famiglie

Ama S. Frimpong, direttrice legale del gruppo di difesa dei diritti degli immigrati We Are CASA, che ha presentato una delle contestazioni contro l’ordine di Trump, ha detto che famiglie e donne immigrate in gravidanza sono preoccupate per i certificati di nascita dei loro figli e per “i diritti fondamentali che ogni bambino nato negli Stati Uniti ha sempre ricevuto”.

Secondo Frimpong, lasciare in piedi l’ordine esecutivo “creerebbe caos, indebolirebbe sistemi di lunga data che si basano sullo ius soli e potrebbe lasciare i bambini apolidi o vulnerabili alla deportazione da parte del proprio governo”. Un’idea che riesce a essere insieme poco pratica e molto costosa, il che in politica non è mai un dettaglio.

La reazione di Trump

Due giorni prima dell’udienza in Corte Suprema, Trump ha attaccato i giudici su Truth Social sostenendo che lo ius soli riguarderebbe i “BABIES OF SLAVES”, riprendendo altre argomentazioni del suo governo secondo cui la clausola di cittadinanza del 14° Emendamento sarebbe stata scritta per garantire la cittadinanza agli ex schiavi e ai loro figli.

Wofsy ha definito l’argomento ironicamente significativo:

“C’è una certa ironia nelle argomentazioni dell’amministrazione Trump, nei documenti e nelle parole del presidente: l’idea che la citizenship clause fosse solo per i cittadini neri e non per nessun altro. Ma il testo della clausola parla di tutte le persone nate”.

Ha poi osservato che molte leggi sui diritti civili sono state motivate inizialmente dalla volontà di rimediare alle atrocità inflitte agli afroamericani, ma sono state scritte in linguaggio universale proprio per proteggere tutti.

E qui arriva il passaggio più delicato: l’amministrazione Trump oggi invoca quel linguaggio dei diritti civili per sostenere rivendicazioni di parti bianche che denunciano discriminazioni razziali.

“C’è quindi una vera ironia nel fatto che, in questo caso specifico, si sostenga che la clausola debba proteggere solo una razza particolare di persone, invece di tutti i bambini nati in questo Paese”, ha detto Wofsy.