Un giudice federale ha ordinato al Pentagono di non applicare una politica che restringeva l’accesso dei giornalisti alla sede militare, accogliendo il ricorso del New York Times. La decisione riguarda in particolare i reporter che avevano lasciato gli uffici del Pentagono invece di accettare le nuove regole.

Cosa ha deciso il giudice

Il giudice distrettuale Paul Friedman, con sede a Washington DC, ha stabilito che la policy del Pentagono viola i diritti costituzionali dei giornalisti. In sintesi ha ritenuto che la norma non:

  • fornisce un avviso chiaro su quali pratiche giornalistiche ordinarie possano comportare la revoca o la sospensione dei pass;
  • è applicata in modo coerente;
  • rispetta il Primo e il Quinto Emendamento, relativi alla libertà di espressione e al giusto processo.

Friedman ha anche ordinato di reintegrare i pass di sette giornalisti del New York Times e ha chiarito che l’annullamento delle parti contestate della policy si applica a tutti i soggetti regolamentati.

Le argomentazioni del Times

Il New York Times aveva fatto causa al Pentagono e al segretario alla Difesa Pete Hegseth lo scorso dicembre, sostenendo che la nuova procedura violava i diritti costituzionali dei suoi reporter. Il quotidiano ha detto che la sentenza tutela il diritto dei cittadini a essere informati sulle azioni del governo e delle forze armate.

Avvocati del Times hanno inoltre affermato che la policy sembrava mirare a silenziare coperture sfavorevoli all’amministrazione del presidente e che la norma concedeva al governo un potere arbitrario di limitare la libertà di stampa.

La posizione del Pentagono

Il Dipartimento della Difesa aveva difeso la misura definendola una serie di regole di buon senso per proteggere informazioni sensibili e impedire che persone ritenute a rischio ottenessero ampio accesso a sedi militari. I legali del governo hanno sostenuto che l’obiettivo era la sicurezza delle strutture militari e la protezione delle informazioni di carattere nazionale.

Il Pentagono non ha fornito una risposta immediata alla decisione del giudice.

Perché il giudice ha parlato di discriminazione per punti di vista

Friedman ha riconosciuto che la sicurezza nazionale e la protezione dei militari sono importanti. Ha però sottolineato che, soprattutto alla luce delle recenti azioni degli Stati Uniti in Venezuela e del conflitto in corso con l’Iran, è cruciale che il pubblico abbia accesso a informazioni provenienti da prospettive diverse.

Secondo il giudice, le prove in aula mostrano che la policy era pensata per "eliminare giornalisti indesiderati" e favorire quelli che si sarebbero mostrati «allineati e disponibili a servire» l’amministrazione. Ha definito questo comportamento come una forma illegale di discriminazione basata sul punto di vista.

Esempi di applicazione incoerente

Il New York Times ha citato casi concreti per dimostrare incoerenze nell’applicazione della policy. Ha osservato che Laura Loomer, sostenitrice della presidenza, aveva un "tip line" approvato pur avendo accettato la policy, mentre il Pentagono ha ritenuto che una linea simile gestita dal Washington Post violasse le regole perché avrebbe "mirato" il personale militare. Il giudice non ha trovato differenze significative tra le due situazioni e ha sottolineato l’assenza di criteri chiari che impediscano al Dipartimento di trattare casi simili in modo diverso.

Prossimi passi

Il Pentagono aveva chiesto una sospensione temporanea della sentenza per avviare un appello, richiesta che il giudice ha respinto. Friedman ha inoltre dato al Dipartimento una settimana per presentare un rapporto scritto su come intende ottemperare al provvedimento.

La decisione ha implicazioni più ampie: non riguarda solo i giornalisti del Times, ma tutti i soggetti regolamentati dalla policy contestata.

Citazione chiave: il giudice ha ricordato che chi ha redatto il Primo Emendamento riteneva che la sicurezza della nazione richiedesse una stampa libera e un popolo informato e che la soppressione governativa del discorso politico mette a rischio quella sicurezza.