Un’espansione che Blizzard non è mai riuscita a lasciarsi alle spalle

World of Warcraft: Shadowlands è ormai entrata nella categoria delle espansioni che la community ricorda con un certo fastidio. Anzi, con una certa costanza. I motivi sono noti: attività endgame faticose, lunghi vuoti di contenuti e, soprattutto, una trama che ha provato a trasformare un villain piuttosto piatto in un elemento centrale della storia di Warcraft. Il risultato, prevedibilmente, non ha convinto quasi nessuno.

La reazione di Blizzard è stata abbastanza eloquente. Dopo Shadowlands, lo studio ha cambiato rotta in modo netto, archiviando il piano narrativo che stava seguendo e proiettando i giocatori in un salto temporale di cinque anni verso le Dragon Isles. Quando un’azienda corregge la traiettoria con tanta decisione, di solito non è perché tutto stava andando benissimo.

Sylvanas, ancora una volta

C’è poi Sylvanas, che Shadowlands ha continuato a caricare di conseguenze fino al limite dell’eccesso. Ha tradito l’Orda, ucciso Saurfang, causato la morte di innumerevoli kaldorei e, secondo quanto emerso nella trama, era in contatto con il Jailer da anni, addirittura già dai tempi della sua "morte" all’Icecrown Citadel alla fine di Wrath of the Lich King.

Ed è proprio Sylvanas a ricomparire nel cinematic finale del raid di March on Quel’Danas. Non fa chissà cosa, se non spaventare Xal’atath, che non sembra particolarmente desiderosa di affrontare una banshee queen in un duello frontale. Il momento più interessante, però, arriva altrove: l’abbraccio con Vereesa è un passaggio piccolo ma sorprendentemente riuscito, almeno per una storia che spesso non ha avuto molta grazia nel distribuire affetto o conseguenze.

Poi Sylvanas pronuncia una frase che cambia parecchio il tono della scena: "I Regni del Terrore non sono affatto ciò che sembrano. Non potrò riposare finché non avrò scoperto la verità." E sì, letta con calma suona come qualcosa di più di una semplice battuta evocativa. Sembra piuttosto un tentativo di rimettere mano a Shadowlands, o almeno di rileggerne gli eventi da un’altra angolazione. Un soft retcon, per dirla nel gergo del settore, cioè quel comodo esercizio narrativo con cui si prova a salvare una storia che non ha funzionato davvero.

Il problema è più grande di una singola scena

Detto questo, Blizzard non ha mai smesso del tutto di fare i conti con le conseguenze di Shadowlands. Un tema importante di The War Within riguarda infatti il percorso di Anduin per ritrovare la luce dopo il breve controllo mentale del Jailer, che gli aveva spezzato il legame con essa.

La differenza è che qui non si parla solo di un personaggio o di un trauma da risolvere. Se Blizzard sta davvero dicendo che il regno dei morti che abbiamo esplorato non era quello che sembrava, il discorso tocca direttamente la cosmologia di World of Warcraft. E questa sì che è una mossa grossa, di quelle che non si possono liquidare con un paio di dialoghi drammatici e una colonna sonora molto seria.

Una correzione che almeno incuriosisce

A essere onesti, l’idea non è priva di fascino. Le storie imperfette, ma sinceramente ambiziose, hanno sempre un certo interesse, soprattutto quando qualcuno prova a rimetterle in sesto dopo parecchi inciampi. Non è detto che il risultato sarà buono. Però è difficile negare che sia quantomeno intrigante.

Resta da capire se Blizzard riuscirà davvero a chiudere il cerchio, sia verso la fine di The Last Titan sia magari riprendendo la storia di Sylvanas dopo la conclusione della Worldsoul Saga. A questo punto, il minimo che si possa dire è che la possibilità di un grande ripensamento su Shadowlands non sembra più così remota.