Il 16 marzo la rete elettrica nazionale di Cuba è collassata per la terza volta in quattro mesi, lasciando circa 10 milioni di persone senza luce per oltre 29 ore. Ospedali che lottano per tenere accesi i generatori, pompe dell'acqua ferme e immondizia accumulata per le strade sono solo il lato visibile di una crisi che ha cause sia tecniche sia politiche.
Un problema di carburante e di politica
La causa immediata è una carenza di carburante che si è aggravata da gennaio, dopo che gli Stati Uniti hanno interrotto alcune forniture. La situazione è peggiorata quando il fornitore principale, il Messico, ha sospeso le consegne sotto la minaccia di sanzioni statunitensi.
Questo non è solo un guasto logistico. È il risultato di una strategia economica che, per decenni, ha mirato a isolare l'economia cubana. Negli anni sono state imposte sanzioni e leggi extraterritoriali che hanno limitato l'accesso alle risorse per l'isola. L'ultima mossa è un ordine esecutivo del gennaio 2026 che ha imposto una sorta di blocco sui carburanti. Esperti delle Nazioni Unite lo hanno definito una violazione del diritto internazionale.
Retorica di «cambio di regime»
Negli ultimi mesi la retorica ufficiale di Washington è diventata più dura. All'inizio del 2026 alcuni esponenti del governo hanno dichiarato di non voler rovesciare formalmente il governo cubano, ma non hanno nascosto il desiderio di un cambiamento di regime. Successivamente il linguaggio si è inasprito ulteriormente con frasi di contestata portata diplomatica da parte del presidente, che hanno alimentato preoccupazioni legali e costituzionali.
Minacciare l'integrità territoriale di uno Stato viola principi internazionali sanciti fin dalla nascita dell'ONU. Inoltre, all'interno degli Stati Uniti cresce il dibattito sulle garanzie costituzionali e sul ruolo dei controlli e dei contrappesi.
Pressioni e manovre dietro le quinte
Contemporaneamente alle misure economiche, gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni diplomatiche su governi della regione per interrompere accordi di cooperazione medica con Cuba. Le brigate mediche cubane, che in passato hanno contato decine di migliaia di professionisti in dozzine di paesi, rappresentavano una fonte significativa di entrate.
Dietro la scena si muovono anche trattative informali. Si parla di canali non ufficiali tra esponenti statunitensi e figure legate alla leadership cubana, con condizioni che includerebbero la rimozione dell'attuale presidente come precondizione per accordi.
Alleati e resilienza energetica
Cuba non è rimasta a guardare. Mosca ha inviato una petroliera con 730.000 barili di greggio, prevista in arrivo all'inizio di aprile. Altre navi con carburante russo hanno dovuto cambiare rotta dopo misure finanziarie internazionali. Nel frattempo Pechino ha intensificato il sostegno con investimenti nel settore energetico: in 12 mesi Cuba ha collegato 49 nuovi parchi solari alla rete, portando la quota dell'energia solare dal 5,8% a oltre il 20% della produzione elettrica.
In più, l'isola produce circa il 40% del suo petrolio internamente. Nonostante questo, il deficit resta serio e la scarsità di carburante continua a danneggiare servizi essenziali e la vita quotidiana dei cittadini.
Il 20 marzo un convoglio internazionale di solidarietà è arrivato all'Avana con circa 20 tonnellate di aiuti umanitari, un segnale che la crisi ha attirato attenzione e sostegno da molte parti del mondo.
Tre scenari da tenere d'occhio
Prevedere il futuro è rischioso, ma ci sono tre percorsi plausibili:
- Stretta controllata e accordo. La pressione economica continua mentre si negozia un'intesa che il governo statunitense possa presentare come successo politico.
- Destabilizzazione graduale. L'embargo e le difficoltà economiche potrebbero alimentare proteste e instabilità, fino a mettere in difficoltà l'attuale leadership. Durante il blackout del 16 marzo ci sono stati episodi di protesta e attacchi a edifici del partito.
- Escalation militare. Se si verificasse un incidente o se il conflitto in Medio Oriente dovesse peggiorare, l'opzione di una dimostrazione di forza non è da escludere, soprattutto considerando l'atteggiamento di settori politici favorevoli a soluzioni più dure.
Cosa osservare nelle prossime settimane
- Il ritmo delle trattative tra attori internazionali e rappresentanti cubani.
- L'andamento del conflitto in Medio Oriente e i suoi effetti sui prezzi del petrolio.
- Se le richieste di Washington si manterranno massimali o se diventeranno praticabili.
Quel che è già evidente è che il costo umano della crisi è tutto sulle spalle dei cubani comuni. Le decisioni che arrivano da fuori hanno più a che fare con calcoli politici interni che con il rispetto del diritto internazionale.