Il quadro generale
Da anni il settore dell’intrattenimento in California sta attraversando una fase di ridimensionamento tutt’altro che elegante. Tra la riorganizzazione di Hollywood per adattarsi allo streaming, le fusioni tra grandi aziende e la pressione a tagliare i costi, molte produzioni hanno ridotto i budget, eliminato posti di lavoro e, in alcuni casi, spostato attività all’estero. Il tutto mentre strumenti di IA generativa come ChatGPT facevano il loro ingresso nel dibattito pubblico con la consueta promessa di cambiare tutto, nel caso servisse ancora un promemoria.
Ma, secondo il nuovo rapporto dell’Otis College of Art and Design, la recente emorragia di posti nella forza lavoro creativa della California non va attribuita all’IA generativa.
Patrick Adler, coautore dello studio e fondatore di Westwood Economics and Planning Consultants, lo dice in modo diretto: il modello delle perdite occupazionali non mostra una sostituzione dei lavoratori da parte dell’IA. Semmai, aggiunge, l’IA ha cambiato in modo profondo il modo in cui il lavoro creativo viene svolto.
Cosa dice lo studio
Il rapporto del 2026, intitolato Creative Disruption: AI and California’s Creative Economy: 2022–2025, è stato sviluppato da Otis College of Art and Design insieme a Westwood Economics and Planning Consultants. Oltre ad Adler, il testo porta la firma di Taner Osman. La ricerca combina dati pubblici, usati per analisi quantitative, e interviste con professionisti del settore, utili a capire cosa stia succedendo sul campo, cioè nel posto dove le slide aziendali di solito diventano meno convincenti.
Il documento, visionato da The Hollywood Reporter prima della pubblicazione prevista per il 7 aprile, rileva che tra il 2022 e il 2025 l’economia creativa della California ha perso il 14% dei posti di lavoro, pari a 114.000 ruoli.
Le perdite si sono concentrate soprattutto in due aree:
- cinema, televisione e suono, con un calo di quasi il 30%
- media tradizionali, con una diminuzione di quasi il 34%
I lavori più esposti all’IA non stanno sparendo
Uno dei punti più interessanti del rapporto è che le occupazioni considerate più esposte all’IA nella creatività californiana, cioè scrittori, sviluppatori di software e artisti, non risultano in calo. Al contrario, sono cresciute sia come numero sia come offerte di lavoro.
Per i ricercatori, la spiegazione non sta dunque nell’IA, ma in una combinazione di fattori molto meno futuristici e molto più prevedibili:
- sostituzione di ruoli a basso salario per contenere i costi
- cambiamenti strutturali nei settori creativi
- impatto più forte in California rispetto al resto del Paese
- uscita di lavoratori a basso reddito dallo Stato per via del costo della vita
- tagli di bilancio arrivati dopo l’era del cosiddetto Peak TV a Hollywood
Insomma, la tecnologia fa notizia, ma i conti non si aggiustano da soli.
L’IA sta cambiando il lavoro, non sostituendo interi team
La parte più rassicurante, almeno per chi lavora nel settore, è che finora l’uso dell’IA generativa sembra sostituire singole attività e non intere persone.
Dalle interviste condotte dagli autori emerge che nessun partecipante ha descritto l’IA come sostituta completa di un ruolo o di un intero flusso di lavoro. Quando viene utilizzata, spiegano i ricercatori, lo è per attività molto definite, in cui il risultato è verificabile, il risparmio di tempo è chiaro e la qualità è accettabile.
Un esempio citato nello studio riguarda la postproduzione per cinema e televisione, dove l’IA può aiutare con operazioni come il rotoscoping o la rimozione dei fili. Però, come spesso accade, il risparmio promesso arriva con l’asterisco: l’output va controllato, corretto e rifinito da esseri umani, che a quel punto devono fare anche il lavoro di revisione.
Un proprietario di una società di VFX citato nel rapporto racconta l’uso dell’IA in una grande produzione televisiva con parole piuttosto esplicite: ci sono 15 artisti seduti alle postazioni che sistemano l’IA, e quando si somma il costo del loro lavoro il presunto risparmio sparisce. Un finale molto poco glamour, ma molto realistico.
Fiducia, timori e un po’ di occultamento
Il rapporto sottolinea anche che i lavoratori creativi hanno un ruolo importante nel decidere quanto l’IA venga usata nei propri ambiti. Possono seguire le indicazioni dei superiori, certo, ma sono spesso loro a utilizzare direttamente gli strumenti.
Gli autori scrivono che un lavoratore convinto della tecnologia tende a sperimentare con pazienza, mentre uno scettico può concludere che l’IA non sia ancora in grado di svolgere un certo compito. Entrambe le posizioni sono emerse tra gli intervistati.
Molti lavoratori hanno espresso preoccupazioni etiche. Alcuni hanno persino nascosto l’uso dell’IA, per timore che ammetterlo potesse farli sembrare sacrificabili. Un dettaglio che dice parecchio su quanto serena sia l’atmosfera, anche senza droni o robot.
Il rischio vero: standard più bassi e aspettative più alte
Pur sostenendo che l’IA non stia sostituendo i lavoratori creativi in California, il rapporto avverte che la tecnologia sta comunque cambiando la natura del lavoro.
Gli intervistati hanno riferito che l’IA sta alzando le aspettative sulla produttività, spingendo i manager a investire in strumenti tecnologici più che in collaboratori umani e creando pressione per consegnare lavori di qualità inferiore.
Un direttore creativo che lavora nel movimento, citato nello studio, ricorda un momento particolarmente indicativo: a un certo punto, disse, bisogna semplicemente accettare che “vada bene così”. Ed è proprio questo, secondo lui, il pericolo maggiore dell’IA: abbassare gli standard finché nessuno si ricorda più come erano prima.
Le raccomandazioni del rapporto
Gli autori invitano le organizzazioni creative a non affrettare l’adozione degli strumenti di IA e a prendere sul serio lo scetticismo e l’incertezza dei dipendenti. Suggeriscono anche di ridurre lo stigma legato all’uso della tecnologia con misure come il blocco delle assunzioni in caso di licenziamenti, così da rassicurare i lavoratori sul fatto che non si stanno procurando da soli un biglietto di uscita.
Secondo il rapporto, quando i dipendenti sanno che non stanno adottando strumenti per sostituirsi, sono più disposti a sperimentare, condividere conoscenze e impegnarsi davvero nel far funzionare l’IA.
Adler la mette così: ci sono buone prove che l’adozione dell’IA sarebbe molto più rapida e molto più profonda se i lavoratori creativi avessero più fiducia nella tecnologia.



