Iran e Stati Uniti, tra minacce e canali paralleli
Teheran ha avvertito Washington di essere pronta a rispondere a qualsiasi offensiva terrestre, accusando gli Stati Uniti di parlare di colloqui in pubblico mentre, nel frattempo, starebbero preparando un attacco via terra. Il messaggio arriva mentre la guerra, iniziata il 28 febbraio e già responsabile di migliaia di morti e della più grande interruzione mai vista nelle forniture energetiche globali, è entrata nel suo secondo mese. Una tempistica quasi rassicurante, se si ignora tutto il resto.
Nel messaggio diffuso per i 30 giorni dall’inizio del conflitto, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha scritto che «il nemico segnala negoziati in pubblico, mentre in segreto trama un attacco di terra». Ha aggiunto che «i nostri colpi continuano», che i missili iraniani sono pronti e che «la nostra determinazione e la nostra fede sono aumentate». Secondo Ghalibaf, le forze iraniane sarebbero «in attesa dell’arrivo delle truppe americane a terra per incendiarle e punire per sempre i loro partner regionali».
A rendere l’atmosfera ancora più distesa, Donald Trump ha detto in un’intervista pubblicata domenica sera al Financial Times che la sua «preferenza sarebbe prendere il petrolio» in Iran, aggiungendo, parlando del cruciale centro d’esportazione sull’isola di Kharg: «Potremmo prenderlo molto facilmente». Il giornale ha anche riferito che Trump ha insistito sul fatto che, nonostante le minacce di appropriarsi della produzione petrolifera iraniana, i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati da “inviati” pakistani, starebbero procedendo bene.
Alla domanda se un cessate il fuoco potesse arrivare nei prossimi giorni e riaprire lo stretto di Hormuz, Trump ha evitato dettagli specifici. Ha detto: «Ci sono ancora circa 3.000 obiettivi, ne abbiamo bombardati 13.000, e ne restano ancora un paio di migliaia. Un accordo si potrebbe fare abbastanza rapidamente».
La diplomazia prova a correre dietro all’escalation
Mentre a Islamabad si teneva un incontro tra potenze regionali nel tentativo di trovare un’uscita negoziata, il conflitto ha mostrato nuovi segnali di allargamento. Nel weekend gli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, sono entrati per la prima volta nella guerra, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele sta ampliando la sua invasione del sud del Libano.
L’aviazione israeliana ha poi riferito di aver intercettato due droni partiti dallo Yemen. In Libano, la missione di pace dell’Onu, Unifil, ha detto che un peacekeeper è morto quando un proiettile è esploso in una sua postazione vicino al villaggio di Adchit al-Qusayr, nel sud del Paese, domenica. Un altro soldato di pace è rimasto gravemente ferito. Unifil ha spiegato di non conoscere l’origine del proiettile e di aver aperto un’indagine per chiarire tutti i fatti.
Nel frattempo, il Pentagono starebbe preparando settimane di operazioni terrestri in Iran, secondo funzionari americani citati dal Washington Post, mentre migliaia di soldati e marines statunitensi arrivano in Medio Oriente. Un’eventuale operazione di terra, stando ai piani di contingenza descritti dai media, probabilmente non arriverebbe a una invasione su vasta scala. Si parlerebbe invece di incursioni di forze speciali e fanteria convenzionale. Anche in versione ridotta, però, una missione del genere esporrebbe i militari americani a droni iraniani, missili, fuoco da terra ed esplosivi improvvisati.
Tra le opzioni discusse ci sarebbero la conquista dell’isola di Kharg, principale hub iraniano per l’export di petrolio, e raid contro siti costieri vicino allo stretto di Hormuz per distruggere armi considerate una minaccia per il traffico commerciale e militare. Axios e il Wall Street Journal hanno riferito che il Pentagono starebbe valutando anche l’invio di altri 10.000 soldati nella regione, insieme a una campagna di bombardamenti più ampia.
La Casa Bianca ha continuato a mandare segnali piuttosto contrastanti, alternando richiami alla de-escalation e minacce di una guerra più ampia. La portavoce Karoline Leavitt ha detto che la pianificazione del Pentagono serve a dare a Trump la «massima opzionalità», non a indicare una decisione definitiva. Secondo il Post, non è ancora chiaro se il presidente approverà davvero l’uso di truppe di terra.
Domenica Trump ha anche affermato che la guerra con Israele avrebbe già prodotto un cambio di regime in Iran, pur assicurando allo stesso tempo che con Teheran si potrebbe «fare un accordo». «Penso che faremo un accordo con loro, ne sono quasi sicuro ... ma abbiamo avuto un cambio di regime», ha detto ai giornalisti sull’Air Force One, citando il numero di leader iraniani uccisi durante il conflitto durato un mese. «Stiamo trattando con persone diverse da quelle con cui chiunque abbia mai trattato prima. È un gruppo completamente diverso. Quindi considererei questo un cambio di regime».
Guerra su più fronti
Le immagini pubblicate domenica hanno mostrato un aereo americano di comando e controllo distrutto in una base aerea in Arabia Saudita. Un funzionario statunitense aveva detto venerdì a Reuters che 12 membri del personale americano erano rimasti feriti in un attacco militare iraniano alla base.
Sempre domenica, in una critica indiretta all’amministrazione Trump, papa Leone ha detto che Dio non ascoltava le preghiere dei leader che facevano la guerra e avevano «le mani piene di sangue». Le sue parole arrivano pochi giorni dopo che il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, aveva pregato per la violenza contro nemici che, a suo dire, non meritavano «alcuna pietà».
Il conflitto non mostra segni di rallentamento nonostante i nuovi tentativi diplomatici. Il Pakistan, considerato un possibile mediatore tra Washington e Teheran, ha ospitato domenica un incontro a quattro con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto, il giorno dopo il colloquio tra il premier pakistano Shehbaz Sharif e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha detto domenica sera che il Pakistan ospiterà presto colloqui tra Stati Uniti e Iran. «Siamo molto lieti che sia l’Iran sia gli Stati Uniti abbiano espresso fiducia nella facilitazione del Pakistan», ha dichiarato in tv, aggiungendo che i colloqui si terranno nei «prossimi giorni». Al momento, però, né Washington né Teheran hanno confermato.
La settimana scorsa gli Stati Uniti hanno presentato all’Iran una proposta di cessate il fuoco in 15 punti, che includeva la riapertura dello stretto di Hormuz e limiti al programma nucleare iraniano. Teheran ha respinto il piano e ha avanzato alternative. Pur negando di avere colloqui ufficiali con Washington, l’Iran avrebbe trasmesso la propria risposta tramite Islamabad, secondo una fonte anonima citata dall’agenzia Tasnim.
Gli Houthi hanno rivendicato due lanci di missili contro Israele sabato, i loro primi attacchi sul territorio israeliano dall’inizio del conflitto. Il gruppo rappresenta una nuova minaccia potenziale per il commercio marittimo globale se dovesse tornare a colpire le navi nello stretto di Bab el-Mandeb, al largo del Mar Rosso, attraverso cui normalmente passa circa il 12% del commercio mondiale di petrolio. Una chiusura dello stretto aggraverebbe ulteriormente l’impatto già pesante della guerra sull’economia globale e potrebbe riaccendere il conflitto tra Arabia Saudita e Yemen, che ha provocato enormi sofferenze umanitarie per sette anni prima della tregua del 2022.
Da quando è iniziato l’attacco Usa-Israele contro l’Iran il 28 febbraio, l’Arabia Saudita è riuscita a deviare parte delle esportazioni di petrolio tramite un oleodotto verso il Mar Rosso. Commentatori sauditi hanno detto che, se anche questa via venisse minacciata, Riyadh potrebbe entrare direttamente nella guerra.
Farea Al-Muslimi, research fellow del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House, ha definito la decisione degli Houthi di unirsi al conflitto regionale «una grave escalation, profondamente preoccupante». Ha aggiunto che l’impatto sui principali corridoi marittimi commerciali, soprattutto nel Mar Rosso e nello stretto di Bab al-Mandab, «non può essere sopravvalutato». Secondo lui, anche infrastrutture economiche e militari vitali nel Golfo potrebbero diventare sempre più esposte.
Sul terreno, l’aviazione israeliana ha continuato i raid sull’Iran, sostenendo domenica di aver colpito il giorno precedente l’infrastruttura di produzione di armi a Teheran, compresi decine di siti di stoccaggio e produzione.
Cinque persone sono morte in un attacco contro un molo nel porto meridionale iraniano di Bandar-e-Khamir, dove sono state distrutte anche due imbarcazioni, hanno riferito i media di Stato. A Teheran, un edificio che ospita il canale qatariota Al Araby TV è stato colpito e nella parte est della città si sono registrati blackout.
Netanyahu ha annunciato che Israele allargherà la propria invasione del sud del Libano, mentre le forze israeliane continuano a colpire il gruppo militante Hezbollah, sostenuto dall’Iran. «In Libano, ho appena ordinato all’esercito di ampliare ulteriormente l’attuale zona di sicurezza», ha detto in un videomessaggio. L’obiettivo, ha spiegato, è «neutralizzare in modo definitivo la minaccia di invasione [da parte di Hezbollah] e tenere il fuoco dei missili anticarro lontano dal confine».
In Libano, domenica si è svolto anche il funerale di tre giornalisti uccisi il giorno prima in un attacco israeliano. Secondo le autorità, dall’inizio della guerra in Iran sono morte più di 1.100 persone nei combattimenti in Libano.
Un missile iraniano ha provocato un incendio nella zona industriale di Neot Hovav, vicino a Beersheba, in Israele. I funzionari stavano valutando il rischio di una fuga di materiali pericolosi e invitavano la popolazione ad allontanarsi dall’area. Adama, azienda che produce ingredienti attivi e materiali per la protezione delle colture, ha detto che il suo impianto Makhteshim è stato colpito.
Le forze di difesa israeliane hanno affermato domenica sera che l’impatto potrebbe essere stato causato da frammenti di missile. L’ospedale Soroka di Beersheba ha detto di aver curato sei persone rimaste leggermente ferite nell’attacco.