A quasi quattro settimane dall’inizio dell’operazione Epic Fury, la tensione tra Stati Uniti e Iran continua a crescere. Il presidente Donald Trump sostiene che siano in corso contatti con Teheran, ma l’Iran smentisce. Nel frattempo, Washington ha spostato migliaia di soldati verso il Medio Oriente, segnando il più grande dispiegamento militare nella regione dai tempi della guerra in Iraq.
Offensiva aerea e navale: cosa sta succedendo
Secondo il comando centrale USA, sono stati colpiti oltre 9.000 obiettivi in Iran. Tra questi: siti legati alla leadership iraniana, centri di comando dei Pasdaran, strutture per la produzione di missili e droni, e asset navali. Inoltre, più di 140 imbarcazioni iraniane sarebbero state distrutte o danneggiate.
La risposta iraniana non si è fatta attendere: attacchi quasi quotidiani con missili e droni contro Israele, stati del Golfo e basi americane. In più, gran parte dello Stretto di Hormuz è stato di fatto chiuso, mettendo a rischio circa il 20% del petrolio mondiale.
Perché gli USA stanno inviando truppe
Washington afferma che il rafforzamento militare serve ad ampliare le opzioni operative. Il Pentagono ha ordinato l’invio di circa 2.000 soldati della 82ª Divisione Aviotrasportata, che si aggiungono a due unità dei Marines già dirette verso il Golfo.
Secondo fonti ufficiali, queste mosse sono state richieste dal CENTCOM. Intanto, il segretario di Stato Marco Rubio ha accennato alla possibilità di dover mettere in sicurezza materiale nucleare iraniano, lasciando aperti molti interrogativi su come ciò potrebbe avvenire.
Al momento non è stata autorizzata un’invasione terrestre, ma la combinazione di forze disponibili suggerisce una gamma più ampia di operazioni rispetto al passato.
Tre forze militari, un unico scenario
Le truppe inviate nel Golfo si dividono in tre gruppi principali:
- Tripoli Amphibious Group: con la USS Tripoli e la 31ª MEU, partita dal Giappone e attesa nell’area tra fine marzo e inizio aprile.
- Boxer Amphibious Group: con la USS Boxer e l’11ª MEU, partita dalla California e prevista non prima di metà aprile.
- 82ª Divisione Aviotrasportata: circa 2.000 soldati pronti a interventi rapidi senza supporto pesante iniziale.
In totale, quasi 7.000 militari americani sono stati aggiunti nella regione dall’inizio dell’operazione.
USS Tripoli
La USS Tripoli è una nave d’assalto anfibia lunga 261 metri, capace di operare come portaerei leggera con jet F-35B. Trasporta circa 2.200 Marines, pronti a operazioni rapide sia via aria che via mare.
USS Boxer e 11ª MEU
Il gruppo Boxer include tre navi e trasporta la 11ª MEU, con circa 2.200 Marines più altri 2.000 marinai. Il dispiegamento è stato anticipato di circa tre settimane rispetto ai piani iniziali.
La 82ª Aviotrasportata
Questa unità rappresenta la forza di intervento rapido dell’esercito USA. I 2.000 soldati inviati sono addestrati per assalti con paracadute e per conquistare punti strategici, ma senza mezzi pesanti nelle fasi iniziali.
Cosa possono fare davvero queste forze
Secondo gli esperti, non si tratta di preparativi per una guerra su larga scala. Piuttosto, le truppe sono pensate per operazioni rapide e mirate.
Tre scenari risultano i più probabili:
- Controllo dell’isola di Kharg, fondamentale per l’export petrolifero iraniano.
- Riapertura dello Stretto di Hormuz, considerata l’opzione più realistica.
- Messa in sicurezza del materiale nucleare, scenario complesso e meno probabile.
Gli esperti avvertono però che attacchi a infrastrutture strategiche potrebbero provocare una risposta iraniana molto più ampia e pericolosa.
Diplomazia e tensione militare
Parallelamente al rafforzamento militare, continuano tentativi diplomatici. Gli analisti vedono questo dispiegamento come una leva per aumentare la pressione nei negoziati.
Trump ha parlato di accordi preliminari con l’Iran, mentre Teheran nega contatti diretti. Nel frattempo, il Pakistan si è proposto come mediatore tra le parti.
Conclusione: situazione ad alto rischio
Gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza nel Golfo con forze sufficienti per operazioni mirate, ma non per un’invasione totale. Tuttavia, il rischio di escalation resta alto: ogni attacco a obiettivi strategici potrebbe innescare conseguenze imprevedibili.
Al momento, questa crisi è tanto una partita diplomatica quanto militare.