Il petrolio russo è diventato uno dei grandi beneficiari dell’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran. Dopo una telefonata tra il presidente Usa e il presidente russo il 10 marzo, l’amministrazione statunitense ha concesso esenzioni temporanee sulle sanzioni petrolifere russe per alcuni paesi, con l’obiettivo dichiarato di limitare lo shock energetico dovuto alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
In pratica, alcune navi che portavano greggio russo verso la Cina hanno cambiato rotta e puntato verso l’India. Secondo il Centro per la Ricerca sull’Energia e l’Aria Pulita, nei primi quindici giorni di guerra la Russia ha incassato circa 672 milioni di euro in vendite petrolifere in più, mentre i prezzi del petrolio sono saliti in modo marcato.
La guerra è iniziata il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno effettuato attacchi su Teheran che hanno ucciso l’Ayatollah Ali Khamenei e altri alti funzionari iraniani. L’Iran ha risposto con migliaia di missili e droni contro Israele e obiettivi militari statunitensi e infrastrutture nei Paesi del Golfo. L’escalation è proseguita con il bombardamento israeliano sul giacimento South Pars e le ritorsioni iraniane su impianti energetici del Golfo, tra cui la grande struttura per il GNL di Ras Laffan in Qatar.
Perché il petrolio russo sta guadagnando?
La chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz ha di fatto messo fuori mercato circa 20 milioni di barili al giorno provenienti dal Golfo. Questo vuoto di offerta ha spinto i compratori a cercare forniture alternative, e il greggio russo, in particolare il grado Urals, soddisfa molte raffinerie che hanno bisogno di crudi medio-saturi.
La decisione degli Stati Uniti di permettere temporaneamente alcune spedizioni russe ha offerto a Mosca una finestra per aumentare i volumi esportati e i ricavi. Nel frattempo il prezzo di riferimento internazionale, il Brent, è salito oltre 100 dollari al barile rispetto ai circa 65 dollari di prima del conflitto, e alcuni analisti non escludono scenari con prezzi molto più alti.
Quanto è aumentato il prezzo del petrolio russo?
Il prezzo del petrolio Urals è passato da livelli sotto i 60 dollari al barile, penalizzato dalle sanzioni, a livelli attorno ai 90 dollari nelle settimane successive all’inizio della guerra. Secondo analisti indipendenti, il rialzo può essere stimato in circa il 80 percento dall’inizio dell’anno, e la storica scontistica di Urals rispetto al Brent si è ridotta man mano che la domanda ha superato l’offerta.
In questo contesto le transazioni si svolgono spesso sopra il tetto fissato dal G7 a 60 dollari, perché per molti acquirenti la sicurezza energetica pesa più dell’aderenza completa alle restrizioni normative.
Le navi cambiano rotta, è vero?
Sì. Dati di società di analisi hanno mostrato che almeno sette petroliere hanno deviato da rotte dirette verso la Cina per dirigersi verso l’India. Un esempio citato è la petroliera Aqua Titan, ora attesa al porto di New Mangalore dopo essere stata noleggiata da una raffineria indiana.
L’India è stata tra i primi Paesi a ricevere un’esenzione temporanea dal Tesoro statunitense per importare petrolio russo che era già in mare. Le ragioni pratiche dietro il cambio di rotta includono la ricerca di carichi scontati, la necessità di riempire riserve strategiche, e i maggiori costi e rischi assicurativi per spedizioni verso l’Estremo Oriente attraverso acque contestate.
Chi sta comprando il petrolio russo adesso?
- India e Cina, i grandi acquirenti marittimi, assorbono la maggior parte delle esportazioni russe.
- Turchia, che usa greggio russo per stabilizzare il proprio mercato interno dopo i tagli al gas.
- Refinery minori in Asia sudorientale e Medio Oriente, riforniti spesso tramite una cosiddetta flotta ombra e trasferimenti nave a nave per rendere meno evidente l’origine del greggio.
La cooperazione internazionale tra Stati Uniti ed Europa rimane un fattore incerto. Se l’Unione Europea si mantiene distante dalle operazioni militari vicino all’Iran, la pressione politica per continuare le esenzioni potrebbe aumentare.
Se gli USA ristabiliscono le sanzioni, la domanda resterà?
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la chiusura dello Stretto ha creato uno squilibrio stimato intorno agli 8 milioni di barili al giorno. Se questa situazione perdura, paesi grandi importatori potrebbero sentirsi obbligati a continuare ad acquistare greggio russo per evitare crisi interne.
Con il rischio di sanzioni secondarie, gli acquirenti cercherebbero sconti maggiori per coprire rischi legali e finanziari. Allo stesso tempo, se il mercato rimane gravemente disturbato, è probabile che gli Stati Uniti prolunghino o rinnovino le esenzioni in funzione delle necessità globali.
Altri Paesi esportatori che potrebbero guadagnarci
Norvegia e Canada sono citati come possibili beneficiari, ma la loro capacità di aumentare rapidamente le esportazioni è limitata da infrastrutture, capacità di pipeline e vincoli logistici. La Norvegia ha indicato l’intenzione di mantenere al massimo la produzione per il mercato europeo, mentre il Canada valuta come espandere le esportazioni verso la costa del Golfo del Nord America.
In sintesi, lo shock legato alla chiusura dello Stretto di Hormuz ha rimescolato le carte del mercato energetico. Per ora il petrolio russo funge da fornitore di emergenza, con navi che ricalibrano rotte e prezzi che si adattano alla nuova realtà. Quanto durerà questo equilibrio è la vera domanda, e la risposta dipenderà dalla dinamica militare, dalle scelte politiche e dalla capacità di produzione alternativa nel breve periodo.