La guerra civile in Sudan sta per entrare nel suo quarto anno e non c'è una fine all'orizzonte. Quel che era iniziato come un confronto interno tra l'esercito sudanese e le forze paramilitari Rapid Support Forces (RSF) si è trasformato in una partita regionale: soldi, armi e logistica esterna tengono in vita il conflitto e complicano qualsiasi strada verso una pace duratura. Nel frattempo sono i civili a pagare il conto più salato.

Linea del fronte e attori esterni

Sul piano militare la situazione oscilla: né l'esercito né le RSF sono riusciti a ottenere una vittoria decisiva. Oggi la linea del fronte si estende soprattutto lungo il Kordofan centro-occidentale, senza grandi novità territoriali. Ma quello che è cambiato è il palcoscenico: il conflitto si sta allargando verso il Corno d'Africa e il Mar Rosso, con conseguenze che vanno ben oltre i confini sudanesi.

Da una parte c'è l'esercito sudanese, che può contare su una coalizione di sostenitori: Egitto, Eritrea, Turchia, Qatar, Iran e sempre più l'Arabia Saudita. Questi paesi, così come le Nazioni Unite e la Lega Araba, riconoscono il capo dell'esercito Abdel Fattah al-Burhan come capo di Stato. La narrazione ufficiale è quella del sostegno a un governo che fronteggia una ribellione interna.

Dall'altra parte le RSF hanno avuto il sostegno principale degli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi ha fornito finanziamenti, armi e appoggio logistico che hanno permesso alle RSF di condurre operazioni importanti, tra cui l'assedio e la presa di el-Fasher. Il lungo assedio, durato all'incirca 18 mesi, ha lasciato dietro di sé testimonianze e immagini di atrocità: esecuzioni, torture, rapimenti e violenze sessuali. Le critiche al ruolo emiratino si sono moltiplicate, ma il supporto non è venuto meno.

La posizione geografica del Sudan ai crocevia del Mar Rosso, del Corno d'Africa, del Sahel e del Nord Africa spiega perché attori esterni restino così coinvolti. Per molti governi la posta in gioco non è solo il Sudan: è la sicurezza nazionale, l'influenza regionale e la tutela di rotte strategiche.

La diplomazia che stenta

Il 12 settembre 2025, dopo mesi di negoziati guidati dagli Stati Uniti, il cosiddetto Quad — Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto — presentò una tabella di marcia per porre fine alla guerra. Sul piano teorico un allineamento tra patroni esterni avrebbe potuto esercitare una pressione significativa su esercito e RSF per avviare negoziati credibili.

In pratica però, crescenti tensioni all'interno dello stesso Quad hanno oscurato quel processo. La frattura tra Arabia Saudita e Emirati è esplosa pubblicamente a dicembre, quando il Consiglio di Transizione Meridionale sostenuto dagli Emirati ha lanciato un'offensiva vicino al confine saudita in Yemen, provocando una dura reazione di Riyadh. La richiesta saudita di ritiro degli Emirati e l'annunciato ritiro emiratino non hanno ricomposto lo strappo. I media vicini all'Arabia Saudita ora accusano regolarmente gli Emirati di destabilizzare la regione, anche in relazione al Sudan.

La rivalità saudita-emiratina rischia di complicare ulteriormente la situazione: potrebbe spingere paesi come Egitto, Turchia, Qatar e Arabia Saudita a intensificare il loro appoggio esplicito all'esercito, mentre difficilmente si prevede che gli Emirati rinuncino alle RSF. Il risultato è una minore leva diplomatica e incentivi più deboli a cercare un compromesso.

Il ruolo degli Stati Uniti e il rischio di distrazione

Gli Stati Uniti restano al centro degli sforzi diplomatici, ma permangono dubbi sulla volontà dell'amministrazione di portare a termine questi negoziati. Le incertezze aumentano mentre un conflitto più ampio coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, con ripercussioni militari nella regione del Golfo. Questa escalation rischia di distogliere l'attenzione degli attori del Quad dal Sudan proprio quando sarebbe più necessaria.

Tuttavia la crisi più ampia potrebbe anche diventare un incentivo a una ricomposizione: di fronte a una minaccia condivisa, Riyadh e Abu Dhabi potrebbero trovare utilità nel ridurre le tensioni reciproche e riallinearsi su questioni strategiche come il Sudan. Se ciò accadesse, potrebbe riaprire spazi diplomatici utili per una tregua e per un processo politico intra-sudanese, magari facilitato dall'Unione Africana e dalle Nazioni Unite.

Pericolo di contagio regionale e chiamata all'azione

Le dinamiche di trasporto di armi e rifornimenti attraverso i paesi vicini stanno trascinando anche gli Stati africani nel conflitto, a volte per interessi nazionali diretti e altre per incentivi economici. Il rischio è che spaccature già esistenti nel Corno d'Africa si allargino e si intersechino con altri conflitti regionali, con il Sudan al centro di una più ampia instabilità.

Serve che i leader africani e altri attori regionali si attivino per raffreddare i nervi e prevenire un'escalation più ampia. Anche se la scena internazionale è occupata da altre crisi, non dobbiamo dimenticare che il conflitto in Sudan può trasformarsi in una crisi regionale molto più vasta se non si interviene ora.

In sintesi: il conflitto in Sudan non è più soltanto una guerra interna. È diventato un campo di gioco per rivalità regionali e internazionali, con effetti devastanti per la popolazione. Fermare questa dinamica richiede pressione diplomatica costante, distensione tra i grandi sponsor regionali e un serio sforzo multilaterale per avviare una transizione politica inclusiva.