La guerra fra Iran, Stati Uniti e Israele è al giorno 13 e, sorprendentemente, Teheran ha messo sul tavolo condizioni per chiudere il conto. Il presidente Masoud Pezeshkian ha detto di aver parlato con Russia e Pakistan e ha ribadito l'impegno dell'Iran per la pace, ma ha aggiunto che la pace ha bisogno di tre cose precise.

Le tre condizioni di Pezeshkian

Secondo il presidente, la guerra può finire solo se ci sono tre passaggi chiari: riconoscere i diritti legittimi dell'Iran, pagare risarcimenti e offrire garanzie internazionali solide che impediscano futuri attacchi. Detto così suona come un contratto con clausole molto severe, ma è la prima volta che la leadership politica iraniana adotta una linea più sfumata rispetto alla totale resistenza.

Perché è una mossa importante

Finora Teheran aveva mantenuto un atteggiamento molto duro e aveva respinto negoziati o ceasefire all'inizio del conflitto. L'apertura di Pezeshkian sembra indicare una volontà politica di trovare una via d'uscita, anche se sul campo la situazione resta molto diversa: le forze armate e le milizie legate all'Iran continuano ad agire in modo aggressivo.

La leva economica e le tattiche asimmetriche

Un elemento chiave è che l'Iran ha deciso di attaccare il motore economico della regione: l'energia. Ha stretto il controllo sullo Stretto di Hormuz, fondamentale per il passaggio di petrolio, e ha colpito infrastrutture e asset militari collegati agli avversari. Queste mosse hanno ridotto i flussi via mare e fatto salire il prezzo del petrolio da circa 65 a oltre 100 dollari al barile.

L'Iran ha anche minacciato ulteriori aumenti e ha parlato di prezzi che potrebbero arrivare molto più in alto. Di fronte a questo shock, alcuni paesi hanno deciso di attingere alle riserve d'emergenza di greggio per stabilizzare i mercati, ma resta incerta l'efficacia immediata di queste contromisure.

In questa serie di attacchi sono rimaste coinvolte anche navi e impianti energetici in acque e porti vicini. Alcuni attacchi hanno causato incendi su petroliere e il blocco temporaneo di operazioni portuali in paesi della regione.

Politica interna: due voci dentro l'Iran

Dentro l'Iran ci sono segnali contrastanti. Da una parte la leadership politica sembra più aperta alla diplomazia; il presidente ha anche chiesto scusa ai Paesi vicini per i danni collaterali e ha promesso di non colpire più i vicini se questi non permetteranno attacchi lanciati dal loro territorio. Dall'altra parte c'è la componente militare e paramilitare che mantiene una linea intransigente e continua le operazioni.

Il controllo effettivo delle forze armate non è totalmente nelle mani del governo civile. Organi di sicurezza e consigli strategici con figure di orientamento più duro hanno ancora voce importante nelle decisioni, e la figura del nuovo leader supremo, indicata come vicino all'apparato militare, complica ulteriormente l'equazione.

Cosa dicono gli Stati Uniti e Israele

Anche dall'altra parte del campo i messaggi non sono univoci. L'amministrazione statunitense ha lasciato trapelare che l'operazione militare potrebbe concludersi rapidamente, sostenendo che gli obiettivi sono vicini all'essere raggiunti. Il governo israeliano invece ha detto che l'azione continuerà finché non saranno conseguiti tutti gli obiettivi prefissati.

Intanto la guerra sta pesando molto sui conti: spese miliardarie in pochi giorni, costi delle munizioni e della logistica, e la preoccupazione che l'azione militare possa riaccendere l'inflazione e peggiorare i prezzi al consumo. Per motivi politici interni, non ultimo l'avvicinarsi di scadenze elettorali, c'è chi spinge per una fine rapida, mentre chi vuole una soluzione definitiva rimane invece propenso a non affrettare la fine del confronto.

Chi decide davvero la fine del conflitto?

Gli analisti ritengono che, nonostante la superiorità militare tecnologica di alcuni attori, l'Iran ha strumenti di pressione economica che lo mettono in posizione di contare molto sulla durata e sulle conseguenze del conflitto. In altre parole, è probabile che la decisione finale arrivi da un mix di considerazioni militari, economiche e politiche dettate da Teheran tanto quanto dalle potenze che la attaccano.

In sintesi: la proposta del presidente iraniano è un possibile segnale di alleggerimento della tensione, ma la presenza di attori con interessi e priorità diverse rende la strada verso la pace ancora molto incerta. Restano giorni delicati in cui ogni mossa economica o militare può spostare gli equilibri.

Nota: la situazione è in rapida evoluzione. Qualsiasi apertura diplomatica dovrà fare i conti con equilibri militari, pressioni economiche e tensioni interne.