Un "rallentamento" che racconta più di quanto sembri

Donald Trump ha annunciato una sospensione temporanea del piano per colpire il sistema elettrico iraniano, attribuendo la decisione a «conversazioni molto buone e produttive» con Teheran. Teheran ha smentito l'esistenza di questi colloqui.

La risposta iraniana e la minaccia alle infrastrutture

La reazione iniziale dell'Iran è stata netta e calibrata: se gli Stati Uniti avessero colpito, Teheran ha avvertito che avrebbe danneggiato impianti di desalinizzazione che forniscono acqua ai paesi del Golfo, avrebbe bloccato lo Stretto di Hormuz e avrebbe intensificato gli attacchi su Israele. Dopo l'intervento delle Nazioni Unite, che ha ricordato che distruggere sistemi idrici potrebbe costituire un crimine di guerra, l'Iran ha attenuato il tono e dichiarato che si concentrerà su impianti di produzione elettrica.

Messaggio ufficiale iraniano: «Se colpite l'elettricità, noi colpiamo l'elettricità».

Perché la "pausa" conta

  • Permette ai paesi del Golfo di ricostituire difese aeree a corto termine.
  • Dà respiro al sistema militare decentralizzato dell'Iran, che potrebbe subire un attacco massiccio.
  • Offre a Trump tempo politico per valutare la situazione e considerare le conseguenze economiche e strategiche.

Conseguenze economiche e la catena degli attacchi

Gli attacchi USA-Israele contro l'Iran, ormai alla quarta settimana, hanno fatto salire i prezzi del petrolio e del gas, con il rischio concreto di danneggiare la crescita globale e di riflettersi sui costi benzina negli Stati Uniti proprio mentre il presidente guarda alle elezioni di medio termine.

La sequenza di attacchi è iniziata con Israele che ha colpito il giacimento gasifero di South Pars, lo stesso grande serbatoio sotterraneo da cui ricava risorse anche il Qatar. I prezzi del gas naturale liquefatto sono aumentati e Trump ha chiesto a Israele di fermarsi. Osservatori rilevano che alcuni di questi raid potrebbero costituire crimini di guerra.

Le illusioni del cambiamento di regime

Usa e Israele sembravano puntare a costringere l'Iran a un cambio di regime con la forza. La storia recente offre un monito: una minaccia potente può talvolta ottenere più risultati dell'azione militare effettiva. L'invasione dell'Iraq del 2003 e la gestione dell'occupazione hanno prodotto un lungo conflitto e hanno favorito l'emergere di gruppi insurrezionali.

Per due decenni l'Iran e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica hanno osservato e tratto lezioni. Hanno visto forze straniere impantanarsi e hanno imparato che è possibile resistere a una superpotenza nel lungo periodo.

Un altro episodio citato dai funzionari iraniani riguarda la mancata risposta statunitense alle violazioni con armi chimiche in Siria. La deterrenza promessa non sempre si traduce in azione, e ciò ha influenzato il calcolo strategico regionale.

La minaccia dello Stretto di Hormuz e la realtà sul campo

Teheran ha avvertito che, in caso di attacco alle sue coste o isole, tutte le vie di accesso nel Golfo potrebbero essere minate, compresi ordigni galleggianti. Questo scenario interesserebbe una porzione significativa del traffico petrolifero mondiale e le forniture di gas verso l'Europa.

È possibile che si tratti di una tattica di deterrenza studiata per mettere in difficoltà la catena energetica globale. È anche possibile che l'Iran non abbia più la capacità effettiva di portare a termine tutti gli scenari più estremi. In ogni caso, la minaccia pone una domanda difficile: gli Stati Uniti sarebbero disposti a rischiare una chiusura duratura dello Stretto per dimostrare la propria forza?

Comunicazione e alleati messi alla prova

Lo stile comunicativo di Trump alterna segnali di ritiro a minacce di escalation, creando confusione tra amici e nemici. Chiede aiuto agli alleati per proteggere il traffico marittimo e poi li sminuisce. I paesi del Golfo si trovano coinvolti perché ospitano basi statunitensi e dipendono da gas e petrolio per mantenere le loro città funzionali e l'acqua potabile.

Motivazioni ideologiche e l'asse di resistenza

La politica estera iraniana è influenzata da una lettura religiosa dello Sciismo duodecimano che sostiene la necessità di mantenere un regime teocratico conservatore. Questo orientamento ha portato l'Iran a sostenere gruppi e governi che compongono l'asse di resistenza, tra cui gli Houthi, Hezbollah, Hamas, il regime siriano e milizie in Iraq.

Oggi l'Iran è al centro di questa rete e sembra capace di sfruttare ambiguità e opportunità per isolare l'amministrazione americana.

Segnali recenti e lo stato del regime

Ci sono notizie secondo cui alcuni petroliere indiani e pakistani sono stati autorizzati a passare attraverso lo Stretto. Alcuni rapporti suggeriscono inoltre che attacchi aerei avrebbero colpito figure di vertice iraniane, con conseguenze per la leadership. Tuttavia non vi sono segnali chiari che il regime sia in fase di collasso o che la popolazione stia insorgendo su larga scala.

Una conclusione pragmatica

L'Iran sta cercando di ottenere un prezzo per una guerra che è esplosa in buona parte per decisioni prese da Washington e Tel Aviv. Il risultato è una situazione in cui la minaccia strategica e la capacità di sorpresa possono finire per essere più decisive dell'uso immediato della forza.

Osservazione finale: la crisi mostra i limiti pratici del potere statunitense quando lo scopo è rimodellare l'assetto politico di un avversario resistente.